sabato 1 novembre 2014

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE

L’ associazione Metoxè da sempre attenta alle tematiche sociali, attraverso alcune manifestazioni pone l’attenzione su un argomento purtroppo sempre attuale: la prevenzione dei tumori.
Sebbene negli USA e nel resto dell’occidente la mortalità causata dal cancro è in netta diminuzione, in Italia e in particolare nella regione Puglia, i dati sull’incidenza  riportano percentuali altissime e in costante aumento. Il paradosso della nostra meravigliosa terra è proprio questo: secondo l'ultimo Studio sullo Stato dell’Ambiente curato dall’ARPA (L'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente) la nostra è la regione con le maggiori immissioni industriali in Italia. Ancora più eloquente il dato che conferma i livelli di mortalità più elevati a Lecce che a Taranto, a causa dei venti che portano le scorie dannose proprio nel nostro territorio. Tra gli altri fattori che incidono su questo preoccupante fenomeno c’è il Radon, considerato la seconda causa di tumore polmonare dopo il fumo di tabacco che è presente nelle rocce, nel suolo e nei materiali da costruzione (come il tufo e la pietra leccese).
Non ci sarebbe da meravigliarsi, quindi, se si tiene conto che il tasso grezzo di mortalità, ossia il rapporto tra il numero di morti in un anno per uno specifico tumore calcolato su una popolazione di 10000 abitanti della provincia di Lecce, sia di quasi 4 punti percentuali più alto rispetto alla media pugliese.
Per tutti questi motivi è di fondamentale importanza fare un’importante campagna di prevenzione, soprattutto per far capire alla popolazione che grazie ad una maggiore attenzione, i dati sulla mortalità da tumore possono diminuire.
Varie associazioni attive sul nostro territorio operano proprio in questo senso, per smuovere le coscienze su un argomento che per quanto sia ormai radicato, spesso viene un po’ snobbato. Perché credo che nell’immaginario collettivo quando si pensa alla nostra terra, tutto viene da pensare tranne che questo fenomeno sia così grave. Dietro al sole, al mare e al vento, c’è una realtà drammatica che negli ultimi anni ha raggiunto indici elevatissimi e che va combattuta.

Metoxè ha a cuore il benessere del nostro territorio e delle persone che ci vivono e oltre ad essere stata presente lo scorso 28 ottobre alla fiera di San Simone a Sannicola in collaborazione con l’associazione Angela Serra, raccogliendo oltre € 1300,00 con la vendita del “vino solidale”, il 5 Novembre p.v. organizza un incontro con l’oncologo dott. Giuseppe Serravezza per discutere dell’importanza della prevenzione dei tumori. Perché come dice un noto detto, prevenire è meglio che curare.

Federica Longo



venerdì 24 ottobre 2014

Il “peso” delle nostre mancanze

Del quattordicenne napoletano seviziato da dei ragazzi ventiquattenni con un compressore “perché grasso” e della ragazzina insultata via Twitter da Maurizio Gasparri con la frase “meno droga, più dieta, messa male” perché difendeva il suo cantante preferito dagli insulti del Vice Presidente del Senato, ne abbiamo letto e visto abbastanza, forse troppo, in questi giorni. Sono esempi lampanti di come la deficienza degli esseri umani non abbia distinzione di sesso, età, professione o località geografica; non a caso ho usato il termine “deficienza”, che deriva dal latino deficere, vale a dire “mancare”, “essere privi di qualcosa”, per cercare di comprendere questi eventi in maniera più approfondita.

Cosa ci manca, dunque? Quali carenze abbiamo per far sì che i chili di troppo siano ancora un pretesto per dare addosso agli altri?

Ci mancano gli “occhi puliti”, innanzitutto. Vale a dire occhi non contaminati da continue immagini di corpi snelli e filiformi proposti dai media, il cui messaggio (soprattutto subliminale) è quello che tutte le persone che indossano una taglia al di sopra di una 38 o di una 40 siano indistintamente “obese”. Poco importa se l’obesità è tutta un’altra cosa: i centimetri in più sulla vita e sulle cosce sono letali quanto l’ebola e di conseguenza rendono “malato” chi li possiede. Questo ci porta ed essere spietati ed inclementi nel giudicare gli altri, ma anche noi stessi quando ci guardiamo allo specchio.

A tal proposito, un’altra cosa che ci manca è il rispetto. Facebook, Twitter e tutti gli altri social network sono portatori di  messaggi tanto immediati quanto talvolta verbalmente violenti. Lo stare dietro ad uno schermo ci legittima, secondo noi, a dare libero sfogo ai nostri pensieri senza alcun tipo di filtro, facendo prevalere la “corda pazza” (come direbbe Pirandello) rispetto a quella “seria” e a quella “civile” che governano la nostra mente. Le offese si sprecano quotidianamente sulla home delle nostre bacheche, senza contare che chi le legge è sempre e comunque un essere umano, con la sua storia, le sue battaglie e le sue cicatrici, e potrebbe rimanerne gravemente offeso; senza contare che, quando la vita virtuale “scavalca” quella reale, il danno diventa irreversibile.

Da qui deriva la più grande, e per certi versi paradossale, mancanza: la nostra insicurezza. La scarsa autostima ci porta a riversare le nostre fragilità sugli altri, non a caso più deboli di noi, in questo caso più grassi di noi, per sentirci meglio, ma non è così. Perché sbaglia chi vuole far sentire sbagliati gli altri. Perché “quando un giudice punta il dito contro un povero fesso, nella mano stringe altre tre dita, che indicano se stesso”.


Mariaelena Tucci








venerdì 17 ottobre 2014

"The Giver" - Il Mondo di Jonas


I racconti di formazione sono il nuovo filone d’oro dell’industria cinematografica. La spinta “Harrypottiana” ha indubbiamente contribuito alla nascita dell’eroe ragazzino, in grado di rompere il disincanto del mondo adulto per resettare il concetto stesso di progresso. Spuntano eroi post apocalittici agli antipodi con i vari Mad Max, caratterizzati da buoni propositi e cieca determinazione (il classico fiore che sboccia nel deserto). Tra i vari Ender’s Game, Hunger games, si colloca The Giver- Il mondo di Jonas, che tenta di coniugare la visione intimistica all’ action di genere, con un gradevole risultato finale. Proprio la parte riflessiva sembra staccarsi dal resto del film, sfociando spesso in una visione filosofica e storica che spinge ad oltrepassare i titoli di coda. Le contraddizioni della trama passano quasi inosservate (la cinica Meryl Streep è fin troppo consapevole dei mali del mondo) proprio in virtù dei frammenti colorati che irrompono in un grigio mondo dal formalismo educato e privo di uno spessore emozionale. I rimandi cinematografici si sprecano ovviamente (a chi non è venuto in mente Pleasantville?) ma pare che il regista non faccia nulla per nasconderli e quasi li usi per rendere più familiare l’ambiente descritto. Il rituale di iniziazione ed il passaggio all’età adulta (topos che accomuna questa pellicola al cappello parlante di Harry Potter o al recente The Divergent) segna l’incipit da cui la trama si dispiega e da cui origina il dramma della scelta. Meglio vivere in un confortevole mondo incolore o in un universo colorato in cui la rosa ha la stessa tinta del sangue? Il protagonista pare non aver dubbi soprattutto davanti alla scoperta dell’inevitabilità del male, a cui ogni società pare comunque destinata. Il mondo visto con gli occhi dell’adolescente restituisce incanto e speranza agli adulti e rafforza la sensazione adolescenziale del gap generazionale da colmare con i buoni sentimenti, in barba alle gioventù bruciate del passato. In questo senso spicca la recitazione del “giovane vecchio” Jeff Bridges, il naturalista che tentava di salvare King Kong piange ancora di dolore davanti all’uccisione di un enorme ed indifeso elefante. La speranza per un futuro migliore è in questa singolare congiunzione tra l’esperienza dell’anziano e la voglia di cambiare dell’adolescente: Jonas ne rappresenta una sintesi perfetta.


Jonathan Imperiale




venerdì 10 ottobre 2014

Storia di Rubina. Il dramma delle spose-bambine.

Sfogliando il Corriere della Sera di mercoledì 8 Ottobre, in apertura il titolo sul voto in Senato dell’art. 18. Al di sotto la fotografia che rinvia alla seconda e terza pagina in cui si racconta della resistenza delle donne curde all’assedio dell’Isis a Kobane. E poi pagina successiva Renzi che divide i sindacati. In primo piano, sesta pagina, le riforme. Centrale la foto di due commesse indaffarate con vassoi di pasticcini, dirette a Palazzo Chigi per la colazione dei partecipanti alla riunione governo-sindacati. Nella sezione Esteri a pagina quindici in basso a destra l’immagine pubblicitaria di un cappotto, a preannunciare l’inverno. A sinistra sempre in basso una piccola foto a suscitare, più di tutto il resto, l’attenzione. Due occhioni scuri grandi-che sembrano quelli di mia cugina da piccola- un velo che nasconde la bocca e forse un sorriso dall’incantevole innocenza. Carnagione e sguardo orientali. Ha il nome di una gemma rara, Rubina, ed il destino geografico stampato sul volto. È una bambina di dodici anni. Una delle tante spose-bambine che vivono in Bangladesh. E vivono nel mondo. I genitori, pensando di proteggerla dalle molestie dei ragazzi del villaggio, hanno conferito all’interessato “ricco” una dote di 400 euro più una bicicletta, pur di vederla sposata. Perché Rubina -dicono- non è bella, ma sembra più grande della sua età, quindi pronta al matrimonio. Così si son lavati la coscienza. Consegna avvenuta un mese e mezzo prima. Rubina s’è opposta a quella decisione, a quella innaturale condizione impostale. Niente da fare. Nonostante le nozze siano vietate dalla legge del Paese e nonostante la tenace opposizione di quel professore che voleva riportarla a scuola, Rubina è rimasta inchiodata al destino di chi le ha imprigionato lo spirito ed il corpo. Soltanto un gesto estremo e ribelle ha potuto sottrarla a quella longeva tortura. Rubina ha preso una sciarpa, forse lo stesso velo che le nasconde la bocca, e si è impiccata nel bagno della casa dei genitori. La vita, quella che altri hanno scelto per lei, forse non valeva la pena essere vissuta. Una vita che avrebbe dettato i gesti dell’abitudine con un uomo troppo adulto, troppo vecchio. Una vita che va disertata. La repulsione è grande così come la voglia di giocare con le bambole. No, non era tempo. Assurdo si. Il tempo, quegli occhi ridenti, il velo che copre, la bicicletta in dote, la madre ed il padre, i ragazzi del villaggio. Tutto assurdo. Ma Rubina ritrova la via della libertà, assurda anch’essa, perché è tutta in un cappio. Assurdo anche questo mondo indifferente e questo articolo breve, brevissimo sul fondo, a margine. Come le cose dimenticate. La notizia è dell’altro giorno ma l’episodio è accaduto alcuni mesi fa. Rubina infatti ha scelto di morire in estate, come i fiori dell’ibisco.


Chiara Caputo



venerdì 3 ottobre 2014



La tragedia del mare



Il Mar Mediterraneo, “Mare nostrum” per gli antichi romani e “Mar Bianco di mezzo” per i turchi, rappresenta fin dalla notte dei tempi, la culla delle più antiche civiltà del pianeta e il teatro della storia occidentale. Ezechiele nella Bibbia parla di “Mare dei Filistei”, quest’ultimo fu anche virtuoso protagonista dei viaggi di Paolo di Tarso e continua fonte di imprese rischiose per Ulisse.

Il cosiddetto “Continente liquido” di Braudel è stato osservatore onnisciente delle conquiste di Sargon il Grande nel 2300 a.C, e spettatore inerme della Primavera Araba.
Oggi il Mediterraneo è traghettatore di anime pavide e speranzose che decidono di intraprendere un percorso insidioso per abbandonare la propria terra di persecuzione, conflitto armato e repressione. La speranza assume una dimensione “mitica”, il mito del miraggio, della chimera, che spesso nella fase della sua realizzazione non coincide con l’aspettativa tanto bramata ma si trasforma in una tragica cessazione. Solo nel 2014 si contano cento mila migranti sbarcati sulle coste italiane e di questi duemilacinquecento sono morti, un vero e proprio disastro umanitario. Provengono soprattutto dalla Siria e dall’Africa subshariana, salgono su imbarcazioni inadatte alla navigazione e stracariche alla ricerca di una vita migliore. Secondo un Rapporto pubblicato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale il numero di rifugiati ha superato i 50 milioni di persone. Alla fine del 2013 si contavano quasi 6 milioni di persone in più rispetto al 2012 dovute al massiccio esodo dalla Siria. L’Italia con oltre 65.000 rifugiati si colloca al sesto posto tra i Paesi Europei. Tuttavia, il Vecchio Continente ha agito spesso attuando politiche poco attente all’accoglienza di chi è in fuga. L’Unione Europea, negli ultimi sei anni, ha speso ben 2 miliardi di euro per proteggere le proprie frontiere esterne e solo 700 milioni di euro sono stati destinati al miglioramento delle condizioni dei rifugiati; fino a quando il nostro Continente difenderà i confini e non le persone saranno migliaia i martiri dell’agire umano. A ciò si aggiunge la richiesta dell’Europa di bloccare i flussi direttamente dalla Turchia e dalla Libia tollerando quindi le violazioni dei diritti umani che i rifugiati subiscono in quelle terre. Don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, riceve costantemente le telefonate dei barconi alla deriva, e negli anni è riuscito a salvare migliaia di persone. Il prete eritreo è un convinto sostenitore della soluzione del “corridoio umanitario” attraverso l’accesso legale in Europa, riaprendo quindi la possibilità di chiedere asilo nei paesi di primo approdo tramite le ambasciate. Un’altra soluzione potrebbe essere quella del ricongiungimento famigliare: molti migranti infatti hanno dei parenti nel Nord Europa, ma a causa del regime chi è in fuga non possiede la documentazione decidendo quindi di intraprendere il viaggio e affidandosi ai trafficanti. Oggi, 3 Ottobre, a Lampedusa verrano ricordate le 368 vittime del mare e dell’uomo che hanno perso la vita trecentosessantacinque giorni fa trasformando il Mediterraneo in un’ecatombe.
Uomini martiri consapevoli di un’alternativa possibile ma invisibile agli occhi orbi dell’Europa.


Valentina Manzo






venerdì 26 settembre 2014



 “ Perdona te stessa per non essere stata capace di fare più di quanto era per te il meglio…”.


Stesa sul mio letto, la finestra della mia camera aperta.
E’ una fresca e piacevole serata di settembre, per me uno dei mesi più belli dell’anno. I miei pensieri fanno un giro di valzer tra le tante cose accadute durante la giornata, un vortice di cose fatte e non fatte … il mio sguardo si posa su un libro regalatomi anni fa. Letto più e più volte, che non si sa mai J All’ interno una dedica scritta a caratteri ben visibili come a voler imprimere al meglio il senso di quelle parole nella mente di chi legge, nella mia. Parole scritte da una cara amica. Il titolo del libro è “La principessa che credeva nelle favole”.
La Principessa in questione trova il suo Principe Azzurro e fin qua ci siamo, ma scopre molto presto che ha preso un abbaglio. ( E te pareva!)
Il voler a tutti i costi vivere una favola ci porta a non vivere la realtà, sembra quasi che noi donne godiamo nell’ instaurare rapporti non autentici non mettendo in conto quanto complicato sia, poi, liberarsene.  Ci piace immaginare, sognare che l’uomo che abbiamo accanto sia il migliore pur sapendo che non è così e fatichiamo a rompere questo rapporto falso come banconote da 3 euro. Quante di noi hanno creduto nella “favola” salvo poi accorgersi che non è tutto azzurro ciò che somiglia al cielo? Cosa c’è di più atroce del ricevere dolore dalla persona amata? La violenza sulle donne, nella maggior parte dei casi, vede come carnefice il proprio partner ed è la fottutissima paura a non darci via di scampo. La fottutissima paura che ci porta a pensare che parlare, fuggire, denunciare possa scatenare una reazione ancora peggiore; che lo schiaffo diventi pugno, che lo spintone diventi un calcio e pensiamo che quell’ “amore difficile” sia risolvibile, col silenzio.  Dov’è finita la stima verso noi stesse?
“E’ nostro diritto di nascita essere degni di rispetto e amore e abbiamo l’obbligo di NON ACCONTENTARCI DI NULLA DI MENO”. 
Siamo donne, siamo vita. Non confondiamo il sogno con la realtà. Non costruiamoci castelli che altro non sono che gabbie dorate.  Non è amore se lui ci urla addosso parole selvagge. Non è amore se il mostro che abbiamo accanto ci umilia, ci picchia, ci toglie la dignità. L’Amore fa star bene e mettiamocelo in testa, quel mostro non cambierà. Se ci ha fatto del male una volta, tornerà a farlo ancora.  Purtroppo non è facile abbandonare la vita che ci siamo costruite perché ci sentiamo protette pur non essendo al sicuro e lo sappiamo perfettamente … ma dobbiamo a noi stesse la ricerca di un’altra via dove ad attenderci ci sarà il sole.  
Se sulla vostra strada avete incontrato il principe azzurro taroccato, quel finto uomo per bene, non datevi per vinte perché non è finita. Chiudete gli occhi, respirate a pieni polmoni, buttate via tutta la miseria che avete sul cuore, versate tutte le vostre lacrime, lasciate che ancora una volta la vostra pelle bruci al loro passaggio perché è in quel preciso istante che, amandovi, state per rinascere. La vostra seconda vita sarà diversa, più bella perché voi non siete più vittime,siete delle guerriere.  Non ci saranno più inverni ma solo primavere. E quando proprio non te lo aspetti arriverà chi ti amerà così come sei, semplicemente perché SEI.

Denunciamo la violenza. Sempre.

Simona Mosco


venerdì 19 settembre 2014

Il "prezioso nettare": un viaggio fra storia, arte e ricordi

Serata carica di emozioni quella svoltasi venerdì 12 settembre presso la Cooperativa Agricola Olearia. Metoxè e la comunità sannicolese incontrano l’olio e la sua storia e ricordano con affetto il loro concittadino Nino Sances. Al cospetto di una decina di suoi lavori, perlopiù raffiguranti alberi di olivo, abbiamo rievocato a grandi linee la storia di questa pianta nel nostro Salento dall’epoca romana al periodo dell’Illuminismo, quando Gallipoli fu indiscussa piazza di commercio del prezioso nettare.
Siamo scesi nel sottosuolo calcareo della nostra terra visitando virtualmente un antico frantoio ipogeo, abbiamo conosciuto e ricordato illustri agronomi e studiosi che diedero lustro al territorio salentino: Giovanni Presta, Cosimo Moschettini e Attilio Biasco.
Gabriele Maiorano ci ha egregiamente esposto un suo studio sulle cultivar antiche di olivo con un tale entusiasmo da convincere anche il caro maestro Franco Ventura che le giovani generazioni possano sicuramente prendere in mano questo martoriato territorio e cambiarlo in meglio.
Non potevamo quindi non ricordare il “poeta degli ulivi” Nino Sances, che da questi monumenti verdi trasse ispirazione e conforto: parenti e amici ci hanno raccontato aneddoti e curiosità, creando un clima intimo e familiare.
Serata piacevole, interessante, che speriamo possa aver acceso qualche curiosità nei confronti di una storia lontana ma che ha profondamente segnato il nostro territorio.


Elisabetta Fiorito