Il
“peso” delle nostre mancanze
Del quattordicenne napoletano
seviziato da dei ragazzi ventiquattenni con un compressore “perché grasso” e
della ragazzina insultata via Twitter da Maurizio Gasparri con la frase “meno
droga, più dieta, messa male” perché difendeva il suo cantante preferito dagli
insulti del Vice Presidente del Senato, ne abbiamo letto e visto abbastanza,
forse troppo, in questi giorni. Sono esempi lampanti di come la deficienza degli
esseri umani non abbia distinzione di sesso, età, professione o località
geografica; non a caso ho usato il termine “deficienza”, che deriva dal latino deficere, vale a dire “mancare”, “essere
privi di qualcosa”, per cercare di comprendere questi eventi in maniera più
approfondita.
Cosa ci manca, dunque? Quali
carenze abbiamo per far sì che i chili di troppo siano ancora un pretesto per
dare addosso agli altri?
Ci mancano gli “occhi puliti”,
innanzitutto. Vale a dire occhi non contaminati da continue immagini di corpi
snelli e filiformi proposti dai media, il cui messaggio (soprattutto
subliminale) è quello che tutte le persone che indossano una taglia al di sopra
di una 38 o di una 40 siano indistintamente “obese”. Poco importa se l’obesità
è tutta un’altra cosa: i centimetri in più sulla vita e sulle cosce sono letali
quanto l’ebola e di conseguenza rendono “malato” chi li possiede. Questo ci
porta ed essere spietati ed inclementi nel giudicare gli altri, ma anche noi
stessi quando ci guardiamo allo specchio.
A tal proposito, un’altra cosa
che ci manca è il rispetto. Facebook, Twitter e tutti gli altri social network
sono portatori di messaggi tanto
immediati quanto talvolta verbalmente violenti. Lo stare dietro ad uno schermo
ci legittima, secondo noi, a dare libero sfogo ai nostri pensieri senza alcun
tipo di filtro, facendo prevalere la “corda pazza” (come direbbe Pirandello)
rispetto a quella “seria” e a quella “civile” che governano la nostra mente. Le
offese si sprecano quotidianamente sulla home delle nostre bacheche, senza
contare che chi le legge è sempre e comunque un essere umano, con la sua
storia, le sue battaglie e le sue cicatrici, e potrebbe rimanerne gravemente
offeso; senza contare che, quando la vita virtuale “scavalca” quella reale, il
danno diventa irreversibile.
Da qui deriva la più grande, e
per certi versi paradossale, mancanza: la nostra insicurezza. La scarsa autostima
ci porta a riversare le nostre fragilità sugli altri, non a caso più deboli di
noi, in questo caso più grassi di noi, per sentirci meglio, ma non è così.
Perché sbaglia chi vuole far sentire sbagliati gli altri. Perché “quando un
giudice punta il dito contro un povero fesso, nella mano stringe altre tre
dita, che indicano se stesso”.
Mariaelena Tucci

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