venerdì 24 ottobre 2014

Il “peso” delle nostre mancanze

Del quattordicenne napoletano seviziato da dei ragazzi ventiquattenni con un compressore “perché grasso” e della ragazzina insultata via Twitter da Maurizio Gasparri con la frase “meno droga, più dieta, messa male” perché difendeva il suo cantante preferito dagli insulti del Vice Presidente del Senato, ne abbiamo letto e visto abbastanza, forse troppo, in questi giorni. Sono esempi lampanti di come la deficienza degli esseri umani non abbia distinzione di sesso, età, professione o località geografica; non a caso ho usato il termine “deficienza”, che deriva dal latino deficere, vale a dire “mancare”, “essere privi di qualcosa”, per cercare di comprendere questi eventi in maniera più approfondita.

Cosa ci manca, dunque? Quali carenze abbiamo per far sì che i chili di troppo siano ancora un pretesto per dare addosso agli altri?

Ci mancano gli “occhi puliti”, innanzitutto. Vale a dire occhi non contaminati da continue immagini di corpi snelli e filiformi proposti dai media, il cui messaggio (soprattutto subliminale) è quello che tutte le persone che indossano una taglia al di sopra di una 38 o di una 40 siano indistintamente “obese”. Poco importa se l’obesità è tutta un’altra cosa: i centimetri in più sulla vita e sulle cosce sono letali quanto l’ebola e di conseguenza rendono “malato” chi li possiede. Questo ci porta ed essere spietati ed inclementi nel giudicare gli altri, ma anche noi stessi quando ci guardiamo allo specchio.

A tal proposito, un’altra cosa che ci manca è il rispetto. Facebook, Twitter e tutti gli altri social network sono portatori di  messaggi tanto immediati quanto talvolta verbalmente violenti. Lo stare dietro ad uno schermo ci legittima, secondo noi, a dare libero sfogo ai nostri pensieri senza alcun tipo di filtro, facendo prevalere la “corda pazza” (come direbbe Pirandello) rispetto a quella “seria” e a quella “civile” che governano la nostra mente. Le offese si sprecano quotidianamente sulla home delle nostre bacheche, senza contare che chi le legge è sempre e comunque un essere umano, con la sua storia, le sue battaglie e le sue cicatrici, e potrebbe rimanerne gravemente offeso; senza contare che, quando la vita virtuale “scavalca” quella reale, il danno diventa irreversibile.

Da qui deriva la più grande, e per certi versi paradossale, mancanza: la nostra insicurezza. La scarsa autostima ci porta a riversare le nostre fragilità sugli altri, non a caso più deboli di noi, in questo caso più grassi di noi, per sentirci meglio, ma non è così. Perché sbaglia chi vuole far sentire sbagliati gli altri. Perché “quando un giudice punta il dito contro un povero fesso, nella mano stringe altre tre dita, che indicano se stesso”.


Mariaelena Tucci








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