Siamo
ciò che mangiamo… frutti antichi a Sannicola
Al suo quinto
appuntamento dalla fondazione, l’associazione culturale Metoxè fa propria la
massima filosofica di Feuerbach “l’uomo è ciò che mangia” aggiungendo
all’idealismo gastronomico del tedesco la tradizione agraria salentina. Il
titolo dell’’evento “Le radici dei frutti antichi” rimanda ad un senso di
appartenenza al territorio che si svincola dai legami superficiali del
marketing turistico per affondare a piene mani nell’humus salentino,
contrapponendo alla fortunata logica delle sagre locali quella meno battuta
della conoscenza e dell’informazione. Ne scaturisce un viaggio tellurico che si
affida a due vati d’eccezione, Omero ed Ovidio, chiamati ad aprire e chiudere
la serata attraverso le letture di Lorena Falcone e Federica Longo. La serata è
introdotta da Chiara Caputo, curatrice dell’evento assieme a Elisabetta Fiorito,
che sottolinea l’importanza storica dei prodotti agricoli e la necessità di
salvaguardare i frutti che tendono ad essere “dimenticati”. La parola passa
all’ospite della serata, il biologo Francesco Minonne, che propone ad un
attento pubblico le conclusioni di un lungo percorso di ricerca culminato con
un dottorato in Ecologia Fondamentale. La ricerca dello studioso si affianca ad
una meticolosa operazione di recupero delle entità botaniche presenti nel
territorio, condotta con passione autentica ed inserita in un più ampio
processo che coinvolge i singoli proprietari, gli agriturismi e l’orto botanico
di Lecce.
I grandi protagonisti assistono adagiati in cesti di vimini ad una serata in loro onore, dimenticati ma non troppo, vanno a ruba a fine evento. Che siano fichi o uva di differenti casate, more selvatiche o gelsi mori, dimostrano una spiccata voglia di deliziare con i loro antichi sapori i giovani palati degli astanti. I cesti presto vuoti non lasciano tuttavia l’amaro in bocca grazie alla presenza delle opere pittoriche esposte in una stanza loro dedicata nelle stessa cooperativa. I tre pittori che con abili tocchi da maestro hanno fissato nella memoria collettiva piccoli scorci di cultura agreste sono legati al territorio sannicolese; Bruno Sanches, Cosimo Colazzo detto Pillolli e Anselmo Manta si inseriscono così in quella lunga schiera di artisti che hanno unito la sensibilità del loro microcosmo alla variegata bellezza di un mondo da mangiare con gli occhi. “Siamo ciò che mangiamo” sosteneva Feuerbach, Metoxè non solleva dubbi.
I grandi protagonisti assistono adagiati in cesti di vimini ad una serata in loro onore, dimenticati ma non troppo, vanno a ruba a fine evento. Che siano fichi o uva di differenti casate, more selvatiche o gelsi mori, dimostrano una spiccata voglia di deliziare con i loro antichi sapori i giovani palati degli astanti. I cesti presto vuoti non lasciano tuttavia l’amaro in bocca grazie alla presenza delle opere pittoriche esposte in una stanza loro dedicata nelle stessa cooperativa. I tre pittori che con abili tocchi da maestro hanno fissato nella memoria collettiva piccoli scorci di cultura agreste sono legati al territorio sannicolese; Bruno Sanches, Cosimo Colazzo detto Pillolli e Anselmo Manta si inseriscono così in quella lunga schiera di artisti che hanno unito la sensibilità del loro microcosmo alla variegata bellezza di un mondo da mangiare con gli occhi. “Siamo ciò che mangiamo” sosteneva Feuerbach, Metoxè non solleva dubbi.
Jonathan Imperiale

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