Il volto contorto degli ulivi, vigneti sempreverdi, zolle
rosse di terra lavorata, viali di campagna vissuta stretti dai filari di alberi
sono segni di una natura invincibile e silenziosa. Richiamo continuo di una
bellezza che vuole raggiungere l’Assoluto. L’arte che si trasfigura in poesia,
resa possibile dall’assorto silenzio delle immagini, dei paesaggi cromatici e
della prospettiva. L’arte che non diserta la vita ma è conforto della vita
stessa, contemplazione pura di cieli calmi e mari in agonia. In questi luoghi
eternati dalla pennellata calda di Cosimo Colazzo detto Pillolli, l’artista del
colore, sale un predominante senso di totalità. Una natura spirituale che
riecheggia nelle parole del professor Franco Ventura, presente ieri pomeriggio
all’inaugurazione della mostra dell’artista salentino, organizzata
dall’associazione culturale Metoxé, in Via Virgilio a Sannicola fino al 29
ottobre. “Il paesaggio di Colazzo evoca le forme nobili che hanno onorato il
nostro Salento” afferma il professore. Paesaggi che prendono vita attraverso la
memoria di un passato che grazie all’arte ed attraverso la tela mantiene la sua
fissità. Ed ecco che la natura è lì, tutta espressa nei fiotti di luce che
attraversano le foglie, nei voli delle gazze in corteggiamento che si librano
rasenti al suolo, nel passerotto che si disseta sulla superficie immobile delle
acque, nell’upupa solare, “ilare uccello e alìgero folletto” cantata da Eugenio
Montale. Attraverso questi soggetti si esprimono - sostiene Ventura - le
allegorie di Colazzo. Simboli che evocano un passato redento, come l’opera che
raffigura il passerotto un tempo prigioniero del “coppu”, il meccanismo di
cattura attraverso una rete posta al di sopra di una buca piena d’acqua, dove
si dissetavano gli uccellini ignari. “Quel pettirosso ora è eternato nell’arte”
esclama commosso Ventura. L’arte di Pillolli cela una profondità interiore dietro le
inquietudini e i turbamenti del ricordo. Il ricordo di alberi affondati nel
suolo, simboli del rapporto tra uomo e divino; il mare gonfio di azzurro e di
sole; il mondo rurale che evoca la ruvidità di una terra natìa; le scarpe,
elemento che si ripropone spesso nelle sue tele e che diventa archetipo del
cammino di una vita. Un’arte che sazia, libera e fa riassaporare un
Mediterraneo interiore e straziato, celebrando un inno alla natura ed alla
gioia semplice della vita. Semplicità come essenza visibile nella tela
raffigurante una sedia di legno e delle scarpe come a voler simboleggiare il
riposo dopo l’estenuante cammino. Il dipinto è stato donato dall’artista alla
comunità sannicolese e troverà posto
presso l’ufficio anagrafe del comune di Sannicola.
Chiara Caputo

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