«Ebbene in antico la nostra natura umana non era la stessa di
ora, bensì era diversa. In principio i sessi degli esseri umani erano tre, non
due come adesso, maschile e femminile, ma in più c’era un terzo, che
partecipava nel maschile e nel femminile; ora è scomparso, anche se ne resta il
nome. In quel tempo infatti c’era il sesso androgino, che condivideva la forma
e il nome di entrambi, il maschile e il femminile, ma ora non ne resta appunto
che il nome, usato in senso dispregiativo. I sessi dunque erano tre, in quanto
il maschio ebbe origine dal sole, la femmina dalla terra, e il terzo sesso, che
aveva elementi in comune con gli altri due, dalla luna, che partecipa appunto
della natura del sole e della terra. Erano terribili per forza e vigore, e
avevano ambizioni superbe, e attaccarono gli dei, e come dice Omero a proposito
di Oto ed Efialte, si tramanda che tentarono di scalare il cielo, per assalire
gli dei. Zeus per renderli più deboli cominciò a tagliare gli uomini in due. E
dunque da tempo così remoto è innato negli esseri umani l’amore degli uni per
gli altri, anzi esso è restauratore dell’antica natura in quanto cerca di
curare e di restituire all’unità, di doppia che è divenuta, l’umana natura.
Pertanto ciascuno di noi, in quanto è stato tagliato, è la metà, il
contrassegno, di un singolo essere; e naturalmente ciascuno cerca il
contrassegno di se stesso”.
Platone, Simposio
La lettura del mito platonico, tematica dominante in molti
capolavori della letteratura europea dall’Ulisse
di J. Joyce a La recherche di M.
Proust fino a L’uomo senza qualità di
R. Musil, rappresenta un’affascinante suggestione sull’esperienza dell’emancipazione
dalla primigenia identità sessuale. Al di là delle metafore letterarie un vasto
repertorio biografico rende testimonianza di esperienze realmente vissute,
storie di personaggi che hanno rivendicato il riconoscimento della propria
specificità sovvertendo stereotipi in una cultura dominata dal binarismo di
genere. A rappresentare la sfida nell’uscire fuori dai rassicuranti schemi
delle dimensioni culturali, è la storia di Gioacchino Riccardo Stajano Starace,
“contessa Briganti di Panico in arte Giò Stajano”, uno dei primi omosessuali
pubblicamente dichiarati in Italia, nipote del gerarca fascista Achille
Starace. Le sue molteplici vicende, la “dolce vita” delle sue esperienze
artistiche, la raggiunta tranquillità della vita di paese hanno contribuito a
rendere Giò una figura affascinante al di là della descrizione aneddotica. A
due anni dalla scomparsa, l’associazione culturale Metoxé, giunta al suo sesto
appuntamento, organizza per il 10 settembre alle 20.30 “Serata dedicata a Giò
Stajano”, scegliendo così di rendere omaggio a questa straordinaria figura
attraverso la testimonianza ed il ricordo di Giovanni Minerba. Nell’ occasione
saranno presentati i libri “Negli occhi il cinema, nelle mani l’amore” a cura
di Giovanni Minerba, Elsi Perino, Mattia Surroz ed “In punta di cuore” a cura di
Giovanni Minerba e Piero Valletto. L’incontro si terrà presso la splendida Villa
Stajano in via R. Elena a Sannicola, luogo ideale per celebrare una
protagonista importante del nostro tempo. A conversare con l’autore la
giornalista Valeria Blanco.
Due uomini si tengono stretti in un abbraccio di danza e
sullo sfondo la vista sui tetti di Roma. L’eloquenza silenziosa dell’ immagine
in copertina del libro “Negli occhi il cinema, nelle mani l’amore” apre il
racconto della vita privata e pubblica di Ottavio Mario Mai, poeta, regista
e storico fondatore del festival cinematografico Da Sodoma a Hollywood,
personaggio importante nella storia dell’emancipazione del movimento
omosessuale italiano. Una graphic novel a cura di Giovanni Minerba, Elsi Perino e Mattia Surroz, che narra le vicende personali ed artistiche
del noto regista dall’esperienza del riformatorio in cui Ottavio udiva “il
frastuono delle macchine in una cella di cemento” alla passione per il cinema; la
militanza nel “FUORI!” in un’Italia dominata dal perbenismo degli anni
’70; la partecipazione al primo gay pride italiano nel 1981; l’intensa
relazione con il compagno Giovanni Minerba e la fondazione a Torino nel 1986
del festival “Da Sodoma a Holliwood”, rassegna di film a tematica omosessuale,
riconosciuto come una
tra le più importanti manifestazioni cinematografiche italiane a livello internazionale.
Attraverso le potenzialità comunicative del fumetto, il vissuto si fa immagine
ed i frammenti di vita raccolti rendono esaustiva ed avvincente la narrazione
caricandola di alti contenuti emozionali. Un medium originale ed alternativo per
trascrivere esperienze di vita, condensando in poche immagini gli aspetti significativi
della materia biografica entro un quadro generazionale.
La copertina è il volto del libro ed assicura il primo
incontro con il lettore. Il sorriso di Ottavio Mario Mai che compare
nell’antologia “In punta di cuore” a cura di Giovanni Minerba e Piero Valletto,
sembra invitarci ad entrare “in punta di piedi” nel suo percorso esistenziale
attraverso il ricordo nostalgico del compagno Giovanni. Proprio il suo sguardo “indissolubile”
rivive nelle poesie, nei racconti, nel suo cinema, in quel “mondo essenziale e
naturale” immortalato nelle sue creazioni. L’impegno politico e la prolifica
attività artistica di Ottavio Mario Mai si compiono alla fine degli anni
settanta, periodo di intensi processi di cambiamento storico e sociale, sul cui
sfondo gli eventi legati all’estetica ed alla tematica della corporeità
costituiscono il luogo privilegiato di ricerca identitaria. Per cui non si può
slegare la figura di Mai dal contesto storico e sociale, perché è proprio
l’artista che solitamente coglie le profonde mutazioni del periodo, in quanto
dotato di una maggiore sensibilità e di obiettiva autoriflessione. L’attenzione
cade subito sul racconto dell’albero, simbolo dell’uomo, rappresentazione dello
slancio vitale, di forza e sicurezza e di continua rigenerazione. Qui viene immortalato
nella sua immobilità e per questo infelice, in attesa della violenza
dell’acqua, l’unica soluzione definitiva al dramma della sua esistenza. Uno dei
racconti allegorici di “strada”, che assieme a quelli più realistici impregnati
di un’atmosfera pasoliniana come “L’involucro” e “La salu-mai-a” si collocano
in quella letteratura ai margini, non ancora svelata, nascosta ma impreziosita
da storie che commuovono e divertono mentre nella quotidianità sociale “si
combatteva la battaglia più vera”, quella dell’arte. In questo senso il cinema
di Ottavio intendeva offrire un’interpretazione della realtà che non si
riducesse alla finzione e al didascalico fluire della documentazione. La
sensibilità estetica di Mai e Minerba si manifesta ne “Il fico del regime”,
incentrato sulla figura di Giò Stajano e realizzato nella sua villa antica,
dimora dai tratti fiabeschi, emblema di una vita privilegiata, ma anche eremo
di una serenità interiore. Così attraverso il percorso biografico tra vita
individuale e vita relazionale, ed il ricordo di questi personaggi alla
costante ricerca nostalgica di quel Sé che potesse ricongiungerli
all’originaria armonia cosmica prefigurata da Platone, durante la serata
dedicata a Giò conosceremo più da vicino uno dei tanti aspetti delle umane
vicende.
Chiara Caputo

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