Il dolore che passa sul viso, gli occhi sbarrati, la nudità del corpo e l’anima spogliata. Avvicinandosi ai quindici scatti realizzati da Maurizio Sacquegno si è persuasi del fatto che la finzione a volte non esiste e quei volti esprimono un reale terribile. La violenza cristallizzata in quelle foto si accende nell’immaginazione dello spettatore e diventa diretta, cruda, mentre l’emozione prende corpo e si fa estesa. Il ciclo di immagini racconta donne dal volto contratto, legate o imbavagliate, ricoperte di lividi, segni inequivocabili di una violenza sottointesa ed annunciata, che bandisce ogni forma di sensualità e diventa anatomia di corpi. Ecco che l’occhio fermo su quelle figure, si fa più attento e scorge che la mano di una donna sostiene il braccio dell’altra in una catena di sorellanza che diventa empatia, speranza universale, amore compassionevole e salvifico. Qualcosa che si affranca dal divino e diventa attitudine umana. Donne unite dalla sofferenza subìta da uomini deboli in fondo, segnati da un fallimento che implode e diventa brutale aggressività. Questo è il messaggio veicolato dalla mostra fotografica “MA DONNE” di Maurizio Sacquegno organizzata dall’associazione Metoxé ieri sera, sabato 23 novembre, presso il Frantoio Ipogeo di Sannicola. Il titolo evocativo esprime un simbolismo mariano, visibile in una foto che ritrae una donna percossa, con lo sguardo rivolto in alto, coperta solo da un velo azzurro, come a voler raffigurare la realtà della sofferenza della carne e dello spirito. Dietro a quelle foto storie di violenza domestica, di abusi, di mobbing, di stalking, di morte infine per moltissime. Così dalle immagini si passa alle parole, ad un vissuto raccontato e condiviso dalla scrittrice Nadia Marra, che ha affidato alla narrazione vicende di soprusi e violenze. Le letture a cura di Lorena Falcone, Alessandra Caputo, Federica Longo e Simona Mosco costituiscono un universo narrativo attraversato da una forte drammaticità. Racconti intimistici pervasi da una gran forza sovversiva, da una volontà di strapparli dall’oblio e affidarli alla memoria collettiva come testimonianza spesso scomoda. Le voci narranti hanno portato a conoscere queste storie sommerse dai silenzi, rimosse, a volte soffocate per vergogna, pudore o assuefazione, coinvolgendo emotivamente il pubblico. Nessuna storia, nessun volto sono andati dispersi grazie anche all’unione, a quella sorellanza universale che le ha sottratte da un passato di vittima. Raccontare è non dimenticare. Raccontare è informare contro l’indifferenza e la paura che annienta e trova forza solo nella condivisione. I racconti, gli sfoghi, le confidenze sono la cifra di una lenta reazione, tracce di un percorso di vita segnata dalla lotta e dalla voglia di ricominciare. La serata, presentata da Jonathan Imperiale e allietata dalla musica di Marco Giaffreda, si è conclusa con un’esclamazione metaforica finale affidata alla recitazione di Gianluca Bray “Chiedo scusa a nome di tutti gli uomini”.
Chiara Caputo

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